12 Novembre 2022
L’agricoltura bresciana: tutto in aumento, sia ricavi che costi

Anche quest’anno alcune doverose premesse, che diventano sostanza.

Nel 2021 le due premesse erano state il trascinarsi dell’effetto Covid 2019 e le prime importanti avvisaglie dei crescenti costi delle materie prime e dei costi di produzione, inizialmente limitate alle filiere zootecniche – per il rincaro dei componenti della razionale alimentare degli animali – e poi via via estese anche agli altri comparti produttivi. Erano – purtroppo – solo le prime avvisaglie….

Nel 2022 tali premesse rimangono – anche se le conseguenze del Covid si sono via via rimarginate -, anzi si sono evolute e moltiplicate: il rincaro delle materie prime è “esploso” con il conflitto Russia – Ucraina, con l’aggiunta dell’impatto dirompente di una annata calda e oltremodo siccitosa.

Quelle del cambiamento climatico e degli eventi atmosferici sempre più estremi non sono di certo tematiche nuove. Però nel 2022 e per la provincia di Brescia hanno avuto un impatto mai registrato in precedenza: temperature mediamente al di sopra della media – anche in primavera ed in autunno inoltrato! – e una scarsità di pioggia (e di neve…..) veramente preoccupante. Facile immaginarsi le conseguenze per le coltivazioni in pieno campo, soprattutto per i seminativi ma anche per i prati e i pascoli di montagna e addirittura per colture mediterranee quali la vite e l’olivo. Significativo come i 2 laghi di riferimento per la nostra pianura – Iseo ed Idro – ancora a fine ottobre registrino livelli di riempimento ai minimi storici.

Da una prima occhiata superficiale verrebbe da dire che l’annata 2021/2022 si chiude in modo assolutamente positivo: la PLV (produzione lorda vendibile) sale a valori record, con un aumento totale medio del 25%, rispetto alla precedente. Ma l’incidenza dei costi di produzione, che in molti casi non trova pari aumento nei prezzi al campo e alla stalla, hanno azzerato la marginalità delle imprese agricole. Basti evidenziare gli aumenti dei fattori energetici, che interessano in modo trasversale tutti i settori di produzione e tutte le filiere: energia elettrica + 135% dall’anno precedente (e +610% dal 2020!), petrolio rispettivamente + 50% e +150%.

I numeri dell’annata 2021/2022 dell’agricoltura bresciana evidenziano che:

In termini di valore della Produzione Lorda Vendibile complessiva, l’annata agraria segna il valore record di oltre 1 miliardo e 640 milioni di euro, con un combinato di aumenti di produzione e prezzi al chilo e al litro altrettanto record. 
Come sempre è doveroso premettere e ricordare come il dato aggregato nasconde dietro di se situazioni differenti tra i vari settori produttivi, tra le diverse zone della provincia e tra azienda e azienda. E ricordare come in una media annuale ci stanno tutte le variazioni di mercato, quasi giornaliere e sempre più repentine. Doveroso altresì premettere che i valori rilevati sono “al campo” e “alla stalla”.
L’aumento del costo dei fattori di produzione è significativo e “pesante” per i bilanci aziendali. Il fenomeno che inizialmente interessava le filiere zootecniche – per il rincari dei componenti della razionale alimentare degli animali – si è via via esteso anche agli altri comparti produttivi. L’esplosione del prezzo del petrolio e dei suoi derivati e dell’energia in generale coinvolge davvero tutti.
Brescia e la Lombardia si confermano leader nazionali tra le province e le regioni produttrici di latte, con una percentuale in costante e continuo aumento: a livello provinciale la produzione ha superato il 12% del latte italiano ed in valore assoluto che ha ampiamente superato i 16 milioni di quintali (nel 2004 erano 10 milioni).
In tema di prezzo latte alla stalla, il combinato delle dinamiche dei mercati mondiali ed il contingente calo delle produzioni (almeno a livello europeo), con l’aggiunta dei costi di produzione alle stelle, ha portato a prezzi record, arrivando negli ultimi mesi a valori prossimi ai 60 cents litro. Il tutto purtroppo controbilanciato dai costi di produzione alle stelle e – per molte aziende bresciane – raccolti non in linea con le annate precedenti, sia in termini quantitativi che qualitativi.
Annata da ricordare anche per il Grana Padano: la quotazione del formaggio con stagionatura 9 mesi ha registrato una media annua di 8,40 euro/kg, dopo i già positivi 7,20 dello scorso anno. Sempre buoni i dati dei consumi interni, in aumento i valori dell’export.
Per i suini da macello (160 – 176 kg a destinazione prosciutti DOP) la media di quotazioneCUN Commissione Unica Nazionale è salita a di 1,73 euro/kg.. Ma anche in questo caso è un dato che non deve trarre in inganno: anche quella suinicola è una filiera in sofferenza per i lievitati costi di produzione. Si è aggiunta la spada di Damocle della PSA (Peste Suina Africana), registrata ad inizio anno sul territorio nazionale. Al momento non nella nostra regione e non in allevamenti professionali, ma la preoccupazione e le misure di prevenzione sono altissime.
Analoghe considerazioni per i suinetti italiani: mercato ancora più in difficoltà e crescenti costi di produzione. Stazionaria la consistenza delle scrofe allevate, comunque drasticamente diminuite nell’ultimo decennio. Che, giova ricordarlo, rimangono la base per il rilancio della suinicoltura italiana: al centro i suini italiani, nati nelle scrofaie italiane e allevati in Italia.
Valori di mercato in sensibile aumento anche per i bovini da carne, soprattutto per la carne rossa, che sconta comunque prezzi elevati per il ristallo. A corrente alterna l’annata per i vitelli a carne bianca, dopo la profonda crisi causa emergenza covid. Per tutti vale comunque il ricorrente ragionamento sui costi di produzione.
Complesso ed articolato l’andamento del mercato per il comparto avicolo che – giova ricordarlo - nei mesi di pieno lockdown ha garantito uova e carne per le tavole degli italiani, con prezzi di mercato adeguati. Gli aspetti positivi di un mercato tornato alla normalità – nel quale uova e carni italiane rimangono apprezzate dai consumatori – devono fare i conti con le negatività dei costi di produzione e con le “ondate” della concorrenza sleale di prodotti stranieri, che spesso non rispettano le stesse regole italiane.  Per Brescia e la Lombardia in generale, per l’annata 2021/2022 va ricordata l’emergenza influenza aviaria, che ha limitato non poco e per parecchi l’attività, sia degli allevamenti che delle filiere locali.
Annata complicata anche per api e miele. Dopo un inizio discreto, la siccità ha portato gravi conseguenze soprattutto nei mesi estivi e soprattutto nelle zone non irrigue (collina e montagna comprese) con importanti riduzione nella produzione di miele.
Nonostante la siccità, il mais rimane sempre il leader delle superfici a seminativi. Per chi ha avuto regolare disponibilità di acqua per irrigazione, è stata comunque una buona annata. Ma per molte aziende la carenza idrica si è tradotta in rese ridotte in modo importante e – purtroppo in qualità del prodotto non ottimale (che sia granella o trinciato). In molte parti della provincia il cosiddetto “mais di II raccolto” non né nemmeno stato seminato. Talvolta è stato rimpiazzato da colture alternative, con alterne fortune. Per mais annata da ricordare i prezzi al campo.
Ormai da qualche anno la relativa minor superficie destinata a mais è stata controbilanciata da un aumento significativo (in percentuale) dalle altre colture tradizionali, quali orzo e frumento tenero. In netta contrazione invece la coltivazione della soia, causa le prospettive di siccità. Anche per orzo e frumento, annata da ricordare per i prezzi al campo.
Sempre da ricordare le cosiddette coltivazioni minori: diventano sempre più significative le superfici destinate a colture non tradizionali (per la nostra provincia) ma richieste dal mercato, quali pomodoro da industria, fagiolini freschi, patate, zucche e meloni.
Con le spese mediamente raddoppiate, settore florovivaistico in profonda crisi. Gli aumenti più eclatanti riguardano energia, gasolio e fertilizzanti, ma nessuna voce di spesa è esente, fino ai vasetti, al vetro e alla carta. Si punta sulla “campagna promozionale” nello scegliere fiori e piante di produzione e coltivazione nazionale, nonché sul combattere la concorrenza sleale di prodotti importati dall’estero, che non sempre rispettano le stesse regole su ambiente, salute e diritti dei lavoratori.
Molti gli aspetti positivi per l’olivo e l’olio extravergine di oliva: dopo lo scorso anno di raccolta zero si è tornati a produrre discrete quantità, purtroppo rese minori a causa della siccità. Da un punto di vista fitosanitario non si sono riscontrati problemi significativi se non la cascola verde che è stata però compensata da una maggiore pezzatura delle olive rimaste.Acquisti da parte di clienti esteri ed export in continuo aumento anche grazie alla positiva stagione turistica che si è protratta anche nei mesi autunnali beneficiando del clima favorevole. Non mancano gli aspetti negativi: aumento dei costi di produzione in particolare per quanto concerne i consumi energetici, oltre all’aumento dei costi di gasolio, prodotti fitosanitari, concimi e materie per il confezionamento come vetro, capsule ecc. (+40% stima dell’aumento dei costi di produzione). La siccità ha causato un calo delle produzioni potenziali di circa un 20%
Buona, in molti casi ottima l’annata in campo e in cantina per la viticoltura bresciana. Condizioni climatiche ed ambientali ottimali, salvo la siccità sofferta in alcune zone. Molti gli aspetti positivi: grande richiesta di prodotto, incremento a due cifre degli ordinativi in tutte le zone, grande presenza di turisti e quindi incremento importante di vendita diretta in cantina, incremento dell'export, aumento del prezzo delle uve in tutte le zone e Prezzo del prodotto vino in aumento. Non sono mancati alcuni aspetti negativi, quali la vendemmia in anticipo a causa del caldo/siccità di circa 10 giorni e – soprattutto – l’aumento dei costi di produzione che supera il 40% (energia, vetro, gasolio ecc.).
Ancor di più per vino e olio va sempre precisato che il dato che riassume la PLV e che è stato riportato il tabella è decisamente sottostimato. Si riferisce infatti al puro valore delle uve e delle olive e non comprende il maggior valore aggiunto derivante dalla trasformazione e dalla vendita diretta del prodotto finito effettuato dalle stesse imprese agricole.
Va sempre ricordato che - a livello di dati aggregati - non è sempre possibile rilevare il valore aggiunto che molte imprese agricole realizzano nell’accorciamento della filiera con la vendita diretta o con le opportunità offerte dalla multifunzionalità (attività agrituristica, fattorie didattiche, tutela del verde e del territorio, trasformazione diretta con minicaseifici e spacci aziendali, etc).
Tornando ai dati dell’agroalimentare bresciano, è bene evidenziare che non per tutte le filiere c’è una uguale valorizzazione “in loco”: si passa dalle olive e dall’uva che vengono per la quasi totalità trasformate e valorizzate nelle cantine e nei frantoi della nostra provincia, alla filiera suinicola che non ha impianti di macellazione nella nostra provincia. E sono numeri importanti, di animali che concorrono alla produzione delle DOP Prosciutto di Parma e Prosciutto di San Daniele. E lo stesso discorso vale anche per i bovini da carne: nella nostra provincia vi sono importanti impianti di macellazione, ma molti capi vengono macellati in impianti fuori provincia e fuori regione.
Discorso a parte per la filiera lattiero casearia: nella nostra provincia operano 50 primi acquirenti riconosciuti (26 cooperativi e 24 privati) che lavorano gran parte del latte prodotto a Brescia. Ma molto latte bresciano finisce anche nei impianti di lavorazione fuori provincia e fuori regione. È bene sottolineare che Brescia è nella area di produzione delle DOP Grana Padano, Taleggio, Quartitolo, Gorgonzola, Salva Cremasco, Silter e Nostrano della Val Trompia. E vi sono anche oltre 400 produttori di latte che trasformano e vendono direttamente al consumatore finale, in montagna ma anche in pianura.
Infine la classica occhiata al livello occupazionale della nostra agricoltura: nel periodo 2015 – 2021 il saldo di occupati rimane in positivo, con i circa mille lavoratori autonomi in meno ampiamente compensati dai nuovi lavoratori dipendenti. I dati INPS sono importanti e rappresentano gli occupati professionali e i dipendenti.
Da non dimenticare le migliaia di altre realtà agricole – condotte a livello part –time o da coltivatori pensionati – che svolgono comunque un insostituibile ruolo di tutela e salvaguardia del territorio e dell’ambiente.

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