23 Novembre 2020
Varese: il Covid ridisegna la pausa pranzo (e così il km zero si mangia in ufficio)

VARESE – Chi può torna a casa per il pranzo, ma la stragrande maggioranza (63%) pranza in ufficio o al lavoro. Senza rinunciare al “made in Lario”, con la tradizionale gavetta – o “schisceta” - dove, a farla da padrone, sono i piatti più facilmente trasportabili e riscaldabili come la pasta fatta al forno, ma non mancano altri piatti autunnali a base di polenta o patate, da riscaldare.  Il quadro della “pausa pranzo al tempo del Covid” è delineato da un’indagine di Coldiretti Varese: se la maggioranza dei dipendenti si porta il pranzo per consumarlo sul posto di lavoro a distanza di sicurezza dai colleghi, un altro 25% va a casa a mangiare mentre un 4% va a prenderlo d’asporto e un ulteriore 3% si fa consegnare il cibo direttamente in ufficio. Il restante 5% delle persone approfitta invece della mensa aziendale.

Un cambio di abitudini alimentari spinto dalle nuove limitazioni che stravolgono la pausa pranzo dopo la chiusura di bar e ristoranti in provincia di Varese e in Lombardia; ma pesano anche i timori del contagio, la necessità di evitare assembramenti ma anche per risparmiare in un momento di incertezza economica.

Una tendenza che fotografa il momento di difficoltà vissuto dalla ristorazione con le limitazioni che hanno provocato un crack da 41 miliardi per l’intero 2020 stimato da Coldiretti su dati Ismea, a causa del drastico ridimensionamento dei consumi fuori casa provocati dall’emergenza coronavirus. A pesare infatti – sostiene la Coldiretti provinciale - non sono sole le chiusure obbligatorie e le limitazioni di orario ma anche il forte ridimensionamento della clientela durante la giornata per l’estensione dello smart working e il crollo del turismo.

“A causa della pandemia – sottolinea il presidente di Coldiretti Varese Fernando Fiori - i consumi extradomestici per colazioni, pranzi e cene fuori casa si sono di fatto annullati, con un drammatico effetto negativo a valanga sull’intera filiera agroalimentare prealpina per mancati acquisti di cibi e bevande, dal vino alla birra, dalla carne ai formaggi, ai salumi, dalla frutta alla verdura, peraltro accentuati dal crollo dei visitatori in un comprensorio – il nostro – dove il turismo ha un ruolo determinante”.

Ma a soffrire è l’intero comparto nazionale: la spesa degli italiani per pranzi, cene, aperitivi e colazioni fuori casa prima dell’emergenza coronavirus – sottolinea Coldiretti Varese – era pari al 35% del totale dei consumi alimentari degli italiani per un totale di 85 miliardi di euro. Nell’attività di ristorazione sono coinvolte circa 330mila tra bar, mense e ristoranti lungo la Penisola ma anche 70mila industrie alimentari e 740mila aziende agricole lungo la filiera impegnate a garantire le forniture per un totale di 3,8 milioni di posti di lavoro.

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